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Sul Sud

In questi giorni gli eventi, le notizie, il caso anche, hanno voluto che pubblicassi diversi post sul Sud. Ci sono stati diversi commenti piuttosto aspri o amari perché le mie parole sono state viste “contro” il sud e i “meridionali”. Non pretendo certo che la si pensi tutti allo stesso modo. Dico anche subito che magari nei post precedenti mi è scappata qualche frase che aveva un tono diverso da quello che volevo dare io. Me ne scuso, ma è anche vero che è il prezzo che si paga quando si tiene un blog. A volte scrivo con l’assunzione di parlare alle persone che conosco e che mi conoscono, non rendendomi conto che può anche capitare qualcuno che non sa nulla di me, delle mie idee, e che quindi può legittimamente interpretare in modo differente quello che scrivo in modo poco chiaro o con troppe assunzioni di contesto.

MA c’è un punto che voglio affermare con forza: io non sono qui per mettere in croce o denigrare il sud e suoi cittadini, ma non mi accontento neanche di quello che sento troppo spesso scrivere e ripetere da anni su questo tema. Per questo ho scritto questo post. Per cercare di spiegarmi. Peraltro, ho paura che, invece di aiutare a chiarire ciò che penso, questo post possa generare nuove incomprensioni, ma voglio provarci. Spero mi aiuterete anche con critiche ma cercando di capire il fine che ho in mente che vuole essere costruttivo e assolutamente non polemico.

Questo paese ha dei problemi. Li ha al nord, al centro e al sud. Credo che per risolvere i problemi sia necessario innanzi tutto sforzarsi di capirli. E la “politica” spesso non ha combinato granché proprio perché non ha fatto questo sforzo. Ha troppo spesso usato, a destra come a sinistra, i problemi come arma politica contro l’altra parte. È un rischio che corriamo tutti, io compreso. Nei post che avevo scritto, avevo cercato, certamente con la scarsa profondità che si può avere su un blog (io non faccio di professione il commentatore politico nè tanto meno il politico o il sociologo), di guardare un po’ al di là di certi titoli e assunti che spesso ci condizionano.

Il risultato è che sono venuti fuori altri luoghi comuni: se dico certe cose sul Sud, allora sono un leghista e se sono un leghista allora sono un razzista. È un atteggiamento deleterio non solo perché fa passare me per quello che non sono, ma soprattutto perché complica dannatamente la comprensione dei problemi. Non ha senso dire che se una cosa la dice un leghista (o un comunista) è giusta o sbagliata in funzione di chi sia la fonte. Chiunque sano di mente può dire cose giuste o sbagliate. Sarebbe sano per questo paese se a destra e a sinistra si riuscisse ad essere d’accordo su più cose possibili. Non perché si vuole la commistione o il compromesso al ribasso, ma perché i problemi complicati si risolvono se c’è la più ampia possibile convergenza di sforzi.

Per questo non capisco certi modi di discutere.

I dati sono dati

A volte vedo arrampicate sui vetri per tentare in tutti i modi di smontare quelle affermazioni o osservazioni che non ci vanno bene. O che ci fanno male. Lo facciamo tutti ed è per certi versi comprensibile. E se non c’è dubbio che non bisogna bersi i numeri in modo acritico, è anche vero che ce ne sono alcuni che sono indiscutibili. Per lo meno non ho ancora trovato delle evidenze che li qualifichino come falsi o sostanzialmente distorti. Solo per far vedere alcuni esempi, linko alcuni dei post di cui mi ricordo, per citare alcune delle discussioni che abbiamo avuto.

  • Nel corso degli scorsi decenni, al Sud sono arrivate risorse economiche (sia dello Stato che dell’Unione Europea) che probabilmente non hanno pari in Europa. Ci sono state tante denunce anche recentemente sul fatto che questi fondi sono stati usati male o spesso non spesi. Ma è indubitabile che soldi ne sono arrivati e ne arrivano tantissimi (ho fatto alcuni esempi anche io in post precedenti).
  • L’effetto di questi investimenti e decisamente insufficiente. Altrimenti perché staremmo qui a parlare dei problemi del mezzogiorno?
  • I dati di crescita e competitività identificano un divario profondo tra nord, centro e sud.
  • La spesa pubblica al Sud è spesso molto più sostenuta che al nord, a volte anche di un fattore due. E questo a fronte di qualità ed efficacia dei servizi offerti che non è correlata con l’intensità dell’investimento.

Ora può essere che questi dati siano sbagliati, parziali. Sono solo alcuni tra i tantissimi studi o articoli che si possono trovare sul tema. Certamente i miei commenti sono semplificati e troppo sintetici. Ma alcuni dati di fondo sono credo inconfutabili. Quanto meno, ci sono serie riflessioni da fare su quello che è stato l’effetto di una delle più grandi azioni pubbliche e di spesa che ci sia stata in Europa nel dopoguerra, come dice Nicola Rossi (non un leghista) nell’articolo de La Voce che citavo qui su.

L’odio verso i meridionali

A me questo pare un alibi o la difesa di chi si sente attaccato. Ora io non odio il Sud: ho le mie radici i miei affetti, la mia cultura nel Sud. Ma i problemi ci sono. E sono indubbiamente diversi e più critici di altre zone d’Italia. Possiamo anche metterci a fare un’analisi storica e vedere se il sindaco di Capo d’Orlando ha ragione nel dire che Garibaldi e i Savoia hanno spogliato il sud per far arricchire il nord. Il dato è che oggi la situazione è questa. Affermarlo non vuole dire odiare il sud o insultare tutti i meridionali. Non bisogna umiliare o disprezzare o avere un atteggiamento di sufficienza che non avrebbe ragione di esistere. Ma non si può nemmeno far finta di niente. Ovvio che non sono accettabili i discorsi di personaggi come Borghezio e l’ex sindaco di Treviso. Ma non è che per distinguersi (giustamente!) da questi, allora si chiudono gli occhi e si fa finta che i problemi non ci siano.

La mancanza dello Stato

In un commento ad un precedente post, una lettrice (Mariangela) scriveva che il problema è la mancanza dello Stato. Capisco bene quello che vuole dire. Ma vorrei replicare riprendendo una cosa che stavo cercando di dire nei post precedenti. Chi è lo Stato?

Lo Stato non sono innanzi tutto i sindaci, gli amministratori locali, i presidenti di regione e dirigenti degli enti locali? Chi sono nel sud queste persone? Da dove provengono Bassolino, la Jervolino, Vendola, Loriero, Pecoraro Scanio, Lombardo, Cuffaro?

Si sente dire che la colpa è la mancanza dello Stato (fatto assolutamente vero!!!) ma lo si dice troppo spesso come se lo Stato fosse qualcosa di esterno, lontano, separato da noi. Certo che serve la presenza dello stato. E non c’è bisogno di scomodare Saviano. Ma non è forse vero che dobbiamo anche renderci conto che non si tratta di una entità terza, quanto di qualcosa che è molto direttamente collegato con quello che facciamo e viviamo tutti i giorni?

Mattia Pascal segnalava ieri questo articolo. Chi fa queste cose? Bossi? I Leghisti? Uno “stato” non meglio identificato piombato giù da chissà quale galassia?

Io dico che non possiamo continuare a limitare l’analisi di quello che succede al sud ricercando le colpe solo in un fantomatico stato non meglio identificato o nei leghisti o in chissà chi. Per questo, tornando al primo post sulle dichiarazioni della Gelmini, non si può chiudere l’argomento liquindandolo solo come propaganda o razzismo. In Calabria, per fare un esempio, c’è una spesa per la formazione più che doppia rispetto alla Liguria che ha una popolazione quasi uguale. È come se per ogni studente calabrese si potesse allocare il doppio dei docenti, delle strutture e degli investimenti fatti in Liguria. Chi spende questi soldi? Si può continuamente dire che la colpa “è dello stato” senza mai sentire qualcuno che dica “e le nostre strutture locali, noi qui, che stiamo facendo”? Che fanno i nostri dirigenti scolastici, i nostri presidi i nostri professori? Sono tutti esclusivamente vittime di “questo stato assente”?

In conclusione

I problemi del nostro paese vengono da lontano e sono grossi e complicati. Certo non li risolvo io o il centinaio di lettori di questo blog. Ma penso che non si possa aspettare che qualcosa cambi “a Roma”, “nello Stato” o chissà dove. “You must be the change you want to see in the world.” Non sono scemenze mie. Le diceva un ometto alto poche spanne che ha sconfitto l’impero britannico e culture che avevano radicamenti millenari.
Forse siamo singolarmente troppo piccoli per vivere questa massima. Ma forse condividere certe idee usando anche questi strumenti come il blog, come scrivevo qualche giorno fa, è anche un modo per costruire qualcosa un po’ più grande e magari utile.

Air France?

Io spero che alla fine vadano con Lufthansa con un piano industriale nuovo, perché altrimenti sarebbe una beffa incredibile. Air France comprava tutto e si accollava i debiti. Così si finirebbe sempre da Air France (che non penso cambierà idea sul destino di Alitalia), lasciando nella bad company pubblica i debiti che sarebbero pagati dai creditori o dal pubblico.

Tra l’altro, un nome un po’ più moderno proprio no?

Alitalia, nasce la Compagnia Aerea Italiana. E bussa ad Air France - Corriere della Sera: “PARTNER STRANIERO - Intanto c’è una svolta anche nelle ipotesi sul partner straniero. E’ possibile infatti che torni in campo Air France-Klm, ovvero il gruppo che prima dell’estate aveva presentato un’offerta d’acquisto della compagnia italiana. Contro il piano Air France l’offensiva di tutte le forze dell’attuale maggioranza fu dura e determinante nel ritiro dell’offerta. Ma Intesa - Sanpaolo, ovvero il gruppo bancario incaricato di preparare il piano ‘fenice’, ha bisogno di trovare partner stranieri per la nuova Alitalia. E Air France non può essere certo esclusa. Così domani i vertici di Intesa infatti sono a Parigi per incontrare il top management di Air France-Klm e presentare i contenuti del piano. Ufficialmente Air France della nuova Alitalia non sa e non vuole sapere nulla e alle indiscrezioni risponde con un ‘no comment’. Ma si sa anche che giovedì è stato convocato un cda straordinario della compagnia franco-olandese, circostanza che alimentato ovviamente le voci di una possibile svolta. Finora si era ipotizzato un accordo con Lufthansa, il ritorno di Air France sarebbe una sorpresa. E del resto i vertici di Intesa, secondo indiscrezioni, hanno comunque in programma anche un incontro con il management di Lufthansa.”

Ho letto l’articolo di LA Stampa di oggi in cui si riportano le osservazioni di Banca Italia sui problemi della Scuola.

Sud, lascia uno studente su quattro: “Ricerca di Bankitalia: in Campania, Sicilia e Puglia il record di abbandoni già alle medie. Le cause: precarietà, edifici fatiscenti e crisi culturale.”

(Via HomePage - LASTAMPA.it.)

Ora, dall’analisi di Banca Italia emerge un commento che era stato fatto anche qui sul blog da Mattia: l’aspetto sociale incide in modo importante.

Ovviamente sono dati molto preoccupanti. Tornando alla discussione di ieri, sono andato a riprendere i dati della spesa regionalizzata raccolti da M. F. Ambrosanio, M. Bordignon, G. Turati e pubblicati in modo sintentico su La Voce qui. Il lavoro completo è disponibile qui.

Sono andato a guardare i dati sull’articolo completo e ho trovato questa tabella che sintetizza la spese pubblica procapite nelle regioni italiane (sono escluse quelle a statuto speciale che credo siano soggette a conteggi diversi).
spese.jpg

Per la precisione, questo è il testo che descrive i dati in tabella:

La Tabella 13 illustra i dati relativi alle nuove spese da decentrare al sistema delle regioni. Per quanto concerne l’istruzione, la spesa degli uffici scolastici regionali delle regioni a statuto ordinario ammonta a circa 33 miliardi di euro, con valori pro capite (dunque per abitante e non per studente) che variano molto da una regione all’altra. La spesa pro capite più elevata è appannaggio della Calabria, con poco più di 1000 euro; quella più bassa si registra in Emilia Romagna, con 535 euro circa. Le regioni del Centro-Sud spendono tutte più delle regioni del Nord. La variabilità, misurata ancora dal coefficiente di variazione, è del 21%.

Quindi, capisco io, sono la quota parte delle spese “nazionali” che sono di competenza delle varie regioni e che quindi dovrebbero essere coperte dalle entrate locali in un modello federale.

Non voglio essere seccante o apparire persecutorio (o come diceva ieri Lobotomia, “prendere a calci il Sud”). Ma penso che questo tema, la formazione, sia per il nostro paese vitale. E per tornare al punto che facevo ieri sulla responsabilità e sulla governance locali, non si può non notare che al Sud vanno più risorse che al Nord (guardate la spesa procapite) in tutte le aree ma soprattutto nella formazione, in modo a volte clamoroso (alla Calabria il doppio dell’Emilia Romagna). Ora questo riporta il discorso sulla responsabilità delle strutture locali, politiche, amministrative e scolastiche. Come sono spesi questi soldi, specie se si mettono in relazione ai risultati del test PISA?

P.S.: Spero di non aver fatto errori di citazione. Sono un po’ di corsa, anche se penso di non essermi sbagliato. Se trovate qualcosa di sbagliato ovviamente segnalatelo.

Il 22 settembre 2008, la prof.ssa Liddy Nevile, La Trobe University – Australia, discuterà come metadati, social tagging e accessibilità possono aiutare bambini e insegnanti ad arricchire il processo di apprendimento e le comunità a valorizzare e preservare la loro cultura.

L’incontro si terrà presso la Sala Bellisario di CEFRIEL dalle ore 16:00 alle ore 18:00 e sarà condotto da Gigi Tagliapietra che di lei dice:

Conosco Liddy da più di dieci anni e ho imparato da lei che la rete è un grande strumento per cambiare l’apprendimento, per includere gli esclusi, per raccogliere e tramandare la cultura del nostro tempo.

Oggi Liddy lavora al MIT con Mitch Resnick al progetto Scratch e con Nicholas Negroponte al progeto One Laptop Per Child ma sono ancora straordinariamente innovativi i fondamenti del suo progetto Sunrise (in Australia 13 anni fa) o il suo lavoro con gli aborigeni ed è costantemente in giro per il mondo a incoraggiare l’innovazione altrui.

Da lei ho imparato che la WAI initiative (che si prefigge di garantire l’accessibilità a tutte le risorse della rete) non è solo un segno di attenzione per gli handicappati ma è l’espressione del rispetto per noi e per gli altri, per tutti coloro che non vedono, non sentono, non dicono le cose alle stesso modo.

Da lei ho imparato che i metadati e il Dublin Core non è solo un sistema per la catalogazione di tutti i libri del mondo, ma è soprattutto un modo per condividere la nostra conoscenza e per aiutarci ad assumere la responsabilità di mettere a disposizione degli altri la nostra capacità di valutare i contenuti.

Da lei ho imparato che il computer da 100 dollari non è solo una macchinetta ma è l’espressione di una volontà di cambiare le forme di apprendimento per aiutare milioni di bambini a migliorare la loro vita senza perdere le loro origini e la loro cultura.

Ma soprattutto ho imparato che il mondo merita sempre un viaggio che ti farà incontrare persone stupende.

L’incontro è aperto al pubblico (fino a rimpimento della sala).

… se in Lombardia, in Veneto e anche in Emilia persino gli operai che votavano a sinistra ora votano Lega.

Sempre a proposito di alcuni commenti che ci siamo scambiati oggi:

ANSA.it - CASTELLI: PEDAGGI ANCHE AL SUD E SUL GRA: “ALEMANNO, ESCLUSA IDEA PEDAGGIO SUL GRA  - ‘Assolutamente esclusa l’idea che si possa pagare il pedaggio sul Gra. Il sottosegretario Castelli non conosce gli esatti termini della questione, infatti il Gra che è gestito dall’Anas e non dalle Autostrade ha da sempre avuto una funzione di unico collegamento urbano tra le diverse vie consolari e, di conseguenza, non può essere considerata un’autostrada dall’utilizzo facoltativo e quindi sottoponibile a pedaggio’. Lo ha affermato, in una nota, il sindaco di Roma Gianni Alemanno.”

Autostrada facoltativa? Quindi se uno vuol venire da Bergamo a Milano, l’autostrada è solo “facoltativa”? Oppure io che pago il casello mattina e sera a Vimercate o a Sesto (sulle tangenziali Est e Nord, non sulle autostrade) passo per strade “facoltative”?

Meglio che stia zitto …

… su La Voce è appena stato pubblicato un articolo di Tito Boeri e Fausto Panunzi. Parte dall’articolo di Galli della Loggia, criticandolo perché troppo “generico”, per passare poi a criticare Geimini e Tremonti. Ci sono poi delle proposte che riporto qui di seguito:

Lavoce.info - ARTICOLI: “Non è certo con il ritorno al passato che la scuola italiana troverà la soluzione dei suoi problemi. Cosa si può fare allora per la scuola italiana? Un sistema di buoni (voucher) che consenta alle famiglie di scegliere tra le varie scuole, anche private, mettendole in competizione, è la proposta che è stata avanzata da più parti. Ma anche l’introduzione del sistema di voucher non farebbe in alcun modo scomparire il ruolo della scuola pubblica. E per migliorare la scuola pubblica le ricette non sono molte: c’è bisogno di una iniezione di capitale fisico e capitale umano.

Molte scuole pubbliche sono ancora in edifici vecchi, spesso inadatti a ospitare le attività scolastiche. Mancano laboratori scientifici e linguistici e ci sono troppo poche aule di scienze. In altri paesi gli studenti si spostano tra diverse aule a seconda degli insegnamenti. Da noi, la carenza di aule impone di fare spostare gli insegnanti anziché gli studenti, col risultato che i docenti di materie come biologia, chimica e fisica non possono svolgere bene il loro mestiere. La scarsità di palestre adeguate e quindi l’impossibilità di consentire ai ragazzi di svolgere attività sportiva è un altro dei problemi cronici della scuola italiana, le cui conseguenze si sono evidenziate anche alle Olimpiadi di Pechino. Ad oggi, purtroppo, non è stata ancora completata l’anagrafe edilizia e quindi non sappiamo ancora quali siano le scuole che necessitano di interventi rilevanti. Un programma di miglioramento dell’edilizia scolastica non è rinviabile. Accanto al miglioramento delle strutture occorre migliorare la qualità dell’insegnamento. Una selezione più severa per l’immissione in ruolo dei docenti.

Incentivazione degli insegnanti, con premi per chi svolge con dedizione il suo lavoro e sanzioni per chi invece brilla per assenteismo o scarso impegno in classe. Maggiore potere ai presidi nella scelta dei docenti e nella loro incentivazione. Taglio dei plessi scolastici marginali. Formazione e test periodici per gli insegnanti. Tutti, in qualunque parte d’Italia.

Test nazionali per verificare il grado di apprendimento degli studenti che serviranno alle famiglie per conoscere il contenuto formativo di tutte le scuole italiane. Potranno così, soprattutto al Sud, esercitare pressioni sui docenti affinché migliori la qualità della didattica anziché puntare solo ad avere un pezzo di carta per i loro figli.

Tutte queste proposte costano. Ma sarebbe miope rinviare l’investimento nella scuola invocando la già eccessiva spesa per il corpo docente. Bene invece utilizzare ogni risparmio nella spesa corrente e derivante dalla chiusura dei plessi inefficienti per investire nei materiali didattici e nell’edilizia scolastica. E se ci sono insegnanti che non fanno il loro lavoro, occorre fare tutto il possibile per espellerli dal sistema scolastico. Ma senza dimenticare che una società che risparmia sull’investimento nella scuola è una società che sta rinunciando al suo futuro.”

Sottolineo soprattutto questo passaggio, collegato con quello che dicevamo:

Test nazionali per verificare il grado di apprendimento degli studenti che serviranno alle famiglie per conoscere il contenuto formativo di tutte le scuole italiane. Potranno così, soprattutto al Sud, esercitare pressioni sui docenti affinché migliori la qualità della didattica anziché puntare solo ad avere un pezzo di carta per i loro figli.

Quindi di riffa o di raffa, che esista un problema al sud lo riconoscono anche loro. E guarda caso, propongono di mettere degli strumenti di valutazione (cose tipo PISA) e di feedback nelle mani degli utenti. Sperando che li vogliano usare.

Sto scrivendo un white paper intitolato “IT Matters, A Lot”, che si rifà all’articolo di Carr “IT Doesn’t Matter”. Ho appena trovato questo articolo su HBR che mi pare interessante.

Investing in the IT That Makes a Competitive Difference: “Investments in certain technologies do confer a competitive edge-one that has to be constantly renewed, as rivals don’t merely match your moves but use technology to develop more potent ones and leapfrog over you. That’s the conclusion of a comprehensive analysis that Harvard Business School professor McAfee and MIT professor Brynjolfsson conducted of all publicly traded U.S. companies in all industries over the past few decades. They found a clear correlation between levels of IT spending and a new competitive dynamic: Since the mid-1990s, when the rate of spending on IT began to rise sharply, the spread between the leaders and laggards in an industry has widened. There are more winner-take-all markets. But the increased concentration has ramped up, rather than dampened, churn among the remaining players. And these dynamics are greatest in those industries that are more IT intensive. This pattern is already familiar to the makers of digital products, but it has now spread to traditional industries, the authors contend, not because more products are becoming digital but because more processes are. Enterprise software like ERP and CRM systems, coupled with cheap networks, is allowing companies to replicate their unique business processes quickly, widely, and faithfully, in the same way that a digital photo can be endlessly reproduced. In this new environment, top managers must pay careful attention to which processes to make consistent and which to vary locally. And while standardizing some ways of working, they must also encourage employees to come up with creative process improvements to outdo competitors’ innovations. Competing at such high speeds isn’t easy, and not everyone will be able to keep up-but the companies that do may realize vastly improved business processes as well as higher market share and increased market value”

Gelmini «Mai detto che insegnanti del Sud abbassano la qualità» - Corriere della Sera: “COLMARE IL GAP STRUTTURALE - Nella sua smentita a chi l’ha accusta di «razzismo» il ministro ha tenuto a precisare che «Non si può far finta di nulla, non si può non porre il problema quando tutte le classifiche nazionali e internazionali (Ocse Pisa) segnalano questa grave arretratezza. L’impegno del Ministero è colmare il gap esistente tra scuole del Nord e scuole del Sud con più formazione e aiuti sia per i docenti che per gli studenti. L’Unione Europea - conclude Gelmini - mette a disposizione delle regioni del Sud dei fondi che io desidero investire nella scuola, destinandoli sia ai professori che agli studenti per elevare la qualità della didattica».”

Su questo la Gelmini ha ragione. Qui il razzismo non c’entra proprio niente. I test internazionali non li fanno i leghisti. Il problema esiste, è inutile far finta che non ci sia. Ne parlavo anche con un collega della cattolica: mi confermava che i test su campioni di studenti a nord e a sud hanno risultati estrememamente diversi.

Con tutti i soldi dei fondi strutturali che vengono sprecati …

Molto interessante. A proposito delle polemiche di questi giorni sulla scuola.

The growing polarisation of American society and its implications for productivity: “James J. Heckman, 25 August 2008

America has a growing skills problem. This column emphasises the importance of early environments in determining skills. It suggests that to promote skills, public policy should refocus attention to the early years of childhood and away from its current emphasis on the later years.

Full Article: The growing polarisation of American society and its implications for productivity

(Via VoxEU.org: Recent Articles.)

Forza Europa

Sono da sempre un appassionato di basket. Ci giochicchiavo da ragazzo. I miei idoli erano Julius Erving, Larry Bird, la Simmenthal di Masini e Brumatti e poi l’Olimpia di D’Antoni e Meneghin.

Ho appena finito di vedere USA - Spagna. Se solo la Spagna avesse avuto Calderon e un po’ più di sangue freddo potevano farcela. Gli USA sono fortissimi. Ma non sopporto la loro arroganza. Hanno chiamato questa loro partecipazione all’Olimpiade “road to redemption”. Ma cosa credono? Di aver il diritto divino di vincere sempre a basket? Se perdono devono “redimersi” come si avessero compiuto un peccato e gli avversari non potessero aver meritato più di loro?

Per giunta tecnicamente, specie come gioco di squadra, sono regrediti. Tanti fenomeni individualisti e arroganti come LeBron James, ma poco gioco di squadra.

Ripeto quello che ho scritto qualche giorno fa: la squadra USA è il risultato della selezione tra 300 milioni di abitanti. Facciamo lo stesso con Finlandia, Spagna, Germania, Francia, Italia e Grecia. Un bel quintetto con Tony Parker, Nowitzki, Rudy Fernandez, Pau Gasol e un greco o un finlandese a scelta.

E poi vediamo chi si “redime”.

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